Cenni di storia

IL VESPRO SICILIANO A SPERLINGA

L'avvenimento più importante nella storia di Sperlinga è senz'altro il Vespro.

Della particolare vicenda di Sperlinga durante il Vespro è rimasta traccia indelebile.

1. Nella storia

L'assedio del castello dagli sperlinghesi veniva considerato un fatto vero,

mentre gli storici anteriori all'Amari lo consideravano un fatto leggendario poiché

non si conoscevano documenti al riguardo. Ma lo storico Michele Amari ( 1)

trovò dei documenti nell'archivio della corona d'Aragona in Napoli sulle vicende

di questo assedio; così potè confermare una volta per sempre che effettivamente il

castello di Sperlinga fu cinto, per circa un anno, da assedio. In seguito la

sovrintendenza

agli archivi della Sicilia pubblica altri documenti al riguardo. Attraverso

i documenti sotto riportati si cerca di ricostruire tutta la vicenda dell'assedio.

Sulle cause che portarono alla guerra del Vespro hanno scritto diversi storici:

vengono qui riferiti solo i fatti relativi a Sperlinga.

Quando la ribellione contro la dominazione angioina si diffuse come una

macchia d'olio per tutti i paesi della Sicilia, una guarnigione di francesi doveva

trovarsi nel castello di Sperlinga; allorché giunse anche lì la notizia della guerra,

la guarnigione aveva tre possibilità per fuggire all'ira popolare: a) scappare, b)

arrendersi, e) asserragliarsi dentro. Saggiamente decisero di chiudere le porte del

castello. Se fossero fuggiti, sarebbe stata la fine, come avvenne per gli altri

Francesi nel resto dell'isola; se si fossero arresi (forse) sarebbero periti ugualmente

per la furia dei rivoltosi.

Il primo documento di cui siamo a conoscenza è datato Messina, 10 ottobre

1282; con esso il re Pietro d'Aragona ordina al giustiziere di Val di Castrogiovanni

(Enna) di fare assediare il castello di Sperlinga, dove si trova Pietro di

Almanonno con altri ribelli, si raccomanda ancora che l'assedio deve essere serrato

in modo tale che nessuno possa entrare ed uscire dal castello, e che i soldati si

attengano ai voleri e provvedimenti del castellano della fortezza di Enna,

Roderico Eximene de Luna.

Documento n. 1 (2)

Messina 10 ottobre 1282. Indizione XI.

Petrus dei gracia etc. lusticiario vallis castri Johann is. fideli suo graciam

suam et bonam voluntatem. Decet contra celsitudinis nostre rebelles culmen

nostrum extendere potencie sue vires, atque ydeo fidelitati tue sub obtentu grade

nostre districte precipiendo mandamus quatenus receptis presentibus castrum

sperlinge in quo est. petrus de almannono (3), cum complicibus suis celsitudinis

nostre rebellis. mandes et facias pro parte nostri culminis arcius obsideri per

fideles nostros Iurisdictionis tue terrarum et locorum vicinorum castro predìcto

quos pro parte curie nostre ad facias (sic) prefer Inducias convenire. Circa obsidientes

vero ipsam tantam diligenciam studeas et sollicitudinem adhibere, quod

predicti rebelles adeo obsidione huiusmodi arceantur quod aliquis eorum ipsius

castri menia egredi non sit ausus, et ex nimia attencione obsidionis ipsius de

rebellibus obtineat nostra serenitas votum suum et tu in conspectu nostre celsitudinis,

exinde inerito commenderis. Ad quam obsìdionem et alia ex ea dependencia

de conscientia voluntate et provisione Roderici exemenis de luna castellani castri

nostri Castri lohannis dilecti militis consiliarii familiaris et ftdelis nostri et in

nullo voluntatem suam Inde excedere te procedere volumus et mandamus.

Datum messane ut supra.

Messina 10 ottobre 1282. Indizione XI.

Pietro per grazia di Dio ecc. al giustiziere della valle di Castrogiovanni, suo

amico, (dimostra) la sua grazia e buona volontà. Conviene che la nostra sommità

estenda le forze con la sua potenza, contro l'altezza dei ribelli e per questo motivo

confidando nella tua fedeltà sotto la copertura della nostra grazia rigorosamente

mandiamo (te) affinchè ai presenti raccolti nel castello di Sperlinga, nel

quale si trova Pietro di Almannono con i suoi complici ribelli della nostra altezza,

tu ordini e faccia assediare per parte nostra per mezzo dei nostri fedeli della tua

giurisdizione le terre e i luoghi vicini al castello predetto, i quali per parte nostra

(li) faccia convenire all'armistizio. Circa gli assediatiti in verità fa in modo di

usare la stessa tanta (famosa) diligenza e sollecitudine in modo che i predetti

ribelli siano a tal punto stretti doli 'assedio che nessuno di loro osi uscire fuori

dallo stesso castello e per l'eccessiva attenzione dello stesso assedio, la nostra clemenza nei riguardi degli stessi ribelli ottenga la sua promessa e tu al cospetto

dell'altezza meritatamente poi consegui.

In quanto all'assedio e ad altre cose, quindi noi mandiamo te e vogliamo che

proceda secondo la coscienza, volontà e provvedimenti di Roderico Exmene de

Luna, castellano del nostro castello di Castrogiovanni, soldato scelto, consigliere

familiare e nostro amico e (vogliamo) che non ti allontani in nulla dalla sua

volontà.

Scritta a Messina come sopra.

 

Dallo scoppio della ribellione alla data in cui partì l'ordine d'assedio passarono

più di sei mesi. In questo periodo è da ipotizzare che la guarnigione francese

Fosse al sicuro nel castello di Sperlinga e potesse giovarsi di nascosto dell'aiuto di

signori locali per gli approvvigionamenti.

A. Ragona nel suo recente lavoro (4) su Gualtiero di Caltagirone scrive, fra

l'altro, sull'assedio di Sperlinga: «(...) che gli assediati di Sperlinga erano delle

Forze autonome, non collegate affatto col governo angioino. Resistevano per

paura di cadere in mano al nemico e di essere trucidati. Si evince chiaramente

questo da un documento angioino riportato dall'Amari, dove le dichiarazioni dei

reduci di aver resistito «cum domino Petro de Lamanno in Castro Sperlinge pro

fide regia et nostra servanda», sono seguite da un "dicuntur" (Amari. II. p. 280). Il

che indica che il governo angioino fosse estraneo al loro comportamento».

Il secondo documento porta la data del 29 novembre 1282. Con esso il re

Pietro d'Aragona ordina al giustiziere di Castrogiovanni e Demina che, a richiesta

i Roderico Rui Xemenes de Luna ( 5 ) . incaricato di assediare il castello di

Sperlinga ove è chiuso Pietro de Alamanonno, ingiunga agli uomini di Nicosia,

Gangi e delle altre terre vicine l'ubbidienza al detto Roderico.

 

Documento n. 2 ( 6 )

29 novembre 1282.

Petrus dei gracia etc. Natali de ansalone lusticiario vallium Castri Iohannis

Deminii (sic) et Melacii fìdeli suo graciam suam etc. fìdelitati tue sub obtentu

gracie nostre firmiter et districte precipiendo mandamus quatenus ad requisicionem

Roderici rui Xemenis de luna dilecti militis nostri consiliarii et familiaris,

castellanus (sic) castrorum nostrorum castri lohannis et Gallani, cui considionem

(*) et expugnacionem castri Sperlinge. In quo inclusus est P. de alamanono

cum quibusdam suis complicibus magestatis nostre rebellis, faciendas Iuxta sui

provisionem pro parte nostre Curie duxit nostra serenitas fiducialiter committendas,

universis hominibus Nicosie Gangii et aliarum terrarum et locorum

Iurisdictionis tue ipsi Castro Sperlinge vicinarum pro parte nostre Curie districte

precipias, ut eidem castellano in obsidendo et expugnando castro ipso prout

eidem miles expedire viderit pro parte nostre Curie devote et efficaciter pareant et

Intendant tantam ad hoc curam et sollicitudinem diligenter apponas, quod In- de

in conspectu nostre celsitudinis merito commenderis. Datum penultimo die mensis

Novembris, anno quo supra.

Il terzo documento è datato 19 gennaio 1283. Re Pietro scrive a Russimanno

di Nicosia, comunicandogli di aver ricevuto le sue lettere, lo loda per ciò che ha

fatto con gli altri di Nicosia contro i ribelli chiusi nel castello di Sperlinga. Lo

invita quindi a non desistere dall'assedio perchè, se riuscirà ad espugnarlo sarà

premiato, e gli assediati puniti e lo esorta a prendere provvedimenti contro quei

Nicosiani che riforniscono di viveri i ribelli.

Evidentemente era stato scoperto che agli assediati giungevano viveri dall'esterno

e che erano di Nicosia coloro che portavano del vitto; per questa ragione

l'assedio si è protratto per circa un anno.

 

Documento n. 3 (7).

Messina 19 gennaio 1283, indizione XI.

Petrus dei grada etc. Russimanno de nicosia militi fideli suo etc. Quas misisti

Culmini nostro licteras excellentia nostra benigne recepit et earum serie

Intellecta, de gestis per te simul cum quibusdam aliis fidelibus nostris de eadem

terra nicosia contra maiestatis nostre Rebelles in Castro sperlinge dementer

Inclusos, fidelitatis tue obsequium duxit nostra serenitas admodum commendandum,

hortans ut circa ipsius bone accionis misterium sollicite te Impendas ut

Regie tibi remuneracionis graciam nostra excellencia pollicetur, que tibi erit ed

premium et reliquis ad exemplum, super alio autem quod per te nostro Culmini

fuit suggestum, quod quidam de eadem terra nicosie in tuis litteris nominati fatuis

presumpcionibus obcecati Rebellibus ipsis in eodem Castro inclusis de victu subveniunt

opportuno, fidelitatem tuam scire volumus, quod ad id consulte nostra

excellentia providebit, et deinde prout decuerit de mandato nostri culminis procedetur,

datum ut supra.

Nel documento n. 4 datato Lagronio, 4 agosto 1283 Pietro d'Aragona scrive a

Giovanni da Procida intorno a varie questioni del governo di Sicilia, e parla fra

l'altro del processo fatto a Gualtiero di Caltagirone (8) e i complici di questi nell'assedio

di Sperlinga.

 

Documento n. 4 (9)

Lagronio, 4 agosto 1283.

Petrus, Dei gracia Aragomim et Sicilie rex. Nobili et discreto viro Johanni de

Procida salutem et dilectionem.

Recepimus literas vestras quas nobis per Bonanatum Alguerii exhibitorem

presencium transmisistis et Intellectis diligenter liiis que predicte littere continebant

et que dictus Bonatus nobis verbotenus reservavit. vobis ducimus respondendum

quod de rumorum significacione super processa facto contra Galteriu de

Calatigerono (Caltagirone) et quosdam complices suos in capcione castri

iperlingi (Sperlinga) et Castri de Modica et statu ipsarum parcium vobis referimus

multas grates et volumus quod contra Simonem de Calatafino et Baymundum

de Botera qui capti ut asseritis denitentur. (...). Datum apud Logronyo, IV

Kaledas augusti, anno Domini M.CCLXXX lercio.

Lagronio, 4 agosto 1283

Pietro, re di Sicilia e d'Aragona per grazia di Dio, al nobile e distinto

iovanni da Procida, salute e affetto. Ricevemmo le vostre lettere che ci inviaste

unite Bonanato (di) Algueri rivelatore delle cose presenti e, comprese diligenteente

quelle cose che le summenzionate lettere contenevano e che il sopracitato

loquace Bonanato ci riservò, vi delineiamo rispondendo qualcosa intorno al

significato dei clamori sul provesso fatto contro Gualtiero di Caltagirone e certi

suoi complici nella prigione del castello di Sperlinga e del castello di Modica e vi rivolgiamo molte grazie per la condizione delle stesse funzioni e vogliamo che di

fronte a Simone di Calatafimi e Baimondo di Butera che, come asserite, sono stati

presi, siano arrestati. (...). Scritta presso Lagronio, 4 agosto 1283.

La resa della guarnigione francese chiusa nel castello avvenne dopo il 19 gennaio

1283, e prima del 4 agosto dello stesso anno, perchè fino alla data del terzo

documento ancora gli assediati resistevano, ma ad agosto si erano arresi. La data

approssimativa della presa del castello dovrebbe essere aprile-maggio del 1283; F.

Giunta nella nota n. 2 pag. 196 {op. cit.) scrive: «Questa data si può argomentare

dal citato diploma del 4 agosto 1283. Gualtiero di Caltagirone fu condannato per

pratiche col nemico, venuto in chiaro alla occupazione di Sperlinga. Ma sappiamo

che Gualtiero non era stato catturato fino all'11 maggio 1283, quando Pietro

ripartì dalla Sicilia per la Spagna, e che la lettera di Giovanni di Procida, alla

quale il re rispose il 29 luglio, era stata spedita al più tardi che si voglia supporre,

nella prima decade di giugno, poiché non vi si faceva menzione della vittoria

riportata da Ruggiero Loria l'8 giugno nelle acque di Malta. D'altra parte la presa

di Sperlinga si potrebbe anco tirar su fino all'aprile, perchè secondo il Neocastro,

i sospetti contro Gualtiero incominciarono allora, ancorché il cronista li apponga

a rivelazione di una spia presa sotto il castello di Geraci in Calabria. (...).»

Dopo la resa degli assediati, Pietro de Almanonno si potè recare a Napoli dall'angioino,

mentre gli altri reduci passarono a Geraci in Calabria, dove ebbero dal

re Carlo concessioni di terre, come si desume dal doc. 5.

L'ultimo documento, il 5, è del 27 settembre 1283. Con questo documento

Carlo, principe di Salerno, rivolgendosi al capitano di Geraci, Giovanni de

Ravello, fa donazione a «dieci servienti benemeriti» (10), (di cui due soli francesi,

che avevano difeso il castello di Sperlinga nella rivoluzione di Sicilia) di poderetti

del valore di sei once d'oro ciascuno, nelle terre confiscate ai ribeli di Geraci in

Calabria; due consanguinei del Lamanno (Petro de Labisco et Poncio de

Alamanno) ebbero delle terre per dieci once d'oro ciascuno.

 

Documento n. 5 (11)

27 settembre 1283

Scriptum est domino Johanni de Ravello Capitaneo Giracii, et Raymundo

Miletis militi, et ludici Aldebrandino etc. Cum nos Johanni de Mostoralo et

Gualtiero Luburges Gallicis, Goffrido de Mornayo, et Guillelmo de SanctoVincent io, Petro Michaeli, Bertrando Visiono, Guillelmo de Lambesco, B... de

Lavila. Ynardo Catalano, et Guillelmo Catalano servienlibus, de quorum fide et

legatlitate testimonium laudabile accepimus, et qui cum domino petro de Lamanno

in Castro Speriinge per hostes et Rebelles Siculos pro fide regia et nostra servanda

obsessi finisse dicuntur, velimus de bonis proditorum Giracii qui pro Regia

Curia procurantur et aliis per nos concessa non sunt usque ad Regium et nostrum

beneplacitum in subscripta... gratiam fiacere speciale; devotioni vestre precipiendo

mandamus, quatenus prediclis servienlibus tantum de bonis feudalibus dictorum

proditorum Giracii qui, ut dictum est, pro Curia procurantur et per nos concessa

aliis non extiterint assignata, curetis quod ipsorum quilibet terram valentem

sex uncias auri in redditibus habeat... tenendi et itsufructuandi earn usque ad

Regie et Nostre beneplacitum voluntatis; de quorum assignatione fieri fiaciatis

duo scripta... consimilia, quorum uno eisdem ad ipsorum cautelam dimisso, aliud

ad nostrani cameram destinetis. Dat. Nicotere per Sparanum de Baro etc. die

XXVII septembris XII Ind. (1283).

Similes facte sunt eisdem pro Petro de Labisco et Poncio de Alamanno, consanguineis

domini petri de Lamanno; quod quilibet ipsorum habeat terram valentam

uncias auri decern. Dat. ibidem XXVIII sept. XII. Ind.

27 settembre 1283

È stato scritto al Signore Giovanni di Rovello capitano di Genici e al soldato

Raimondo Mileti e al giudice Aldebrandino. Noi, a Giovanni Mostorallo, e

Gualtiero Luburges francese, Goffredo di Momayo, Guglielmo di San Vincenzo,

Pietro Michaele, Bertrando Visiono, Guglielmo di Lambesco, B... di Laylla,

Inardo Catalano, Guglielmo Catalano che sono stati utili e della cui fedeltà e

lodevole legalità ricevemmo testimonianza, e che col signore Pietro di Lamanno

dicono che furono assediati nel castello di Sperlinga da nemici e ribelli siculi a

difesa della fedeltà regia e nostra da salvare, (noi) volendo fare una grazia e un

nostro beneplacito speciale nelle cose sottoscritte, sui beni dei traditori di Genici

che sono amministrati a favore della Regia Curia e sugli altri che per noi non

sono concessi fino a Reggio, affidiamo alla vostra devozione consigliando fino a

quando ai predetti servitori tanto dei beni feudali dei detti traditori di Genici, che

come è stato detto, sono amministrati a favore della Curia e concessi per noi, agli

altri non sarebbero stati segnati, fate in modo che chiunque di loro abbia una

terra che equivalga in reddito sei once d'oro e la tengano e ne usufruiscono fino

al beneplacito della volontà regia e nostra; sulle assegnazioni delle quali fiate in

modo che vengano redatti due scritti consimili, uno dei quali mandato ai medesimi

per cautela degli stessi, l'altro destinato alla nostra camera. Spedita a

Nicotera tramite Sparano de Baro, 27 settembre 1283, XII indiz.

Simili ai medesimi furono fatti a favore di Pietro di Labisco e Pondo di

Alamanno, consanguinei del signore Pietro di Lamanno; per cui chiunque degli

stessi abbia una terra che valga dieci once d'oro. Spedita nello stesso luogo 28

settembre 1283, XII indiz.

In un documento, datato 28 settembre 1283 (12), si disdice la concessione

della rendita annuale a Pietro de Condes e Bertrando Deiutreper. quos credebamus

obsessos fuisse dudum in Castro Sperlinge (13): ma Pietro de Alamanno (14)

negava d'averli avuti compagni in quell'assedio.

Di documentato sul Vespro Siciliano a Sperlinga si conosce soltanto quanto

sopra riportato.

Giova, ancora, ricordare che il singolare fatto riguardante Sperlinga è stato

immortalato dal Tasso (15) nella sua Gerusalemme conquistata:

Né quei di Cefalù restaro a tergo,

né fur quei di Messina in guerra stanchi,

o di Catanea, ove ha il sapere albergo,

o di Sperlingo. al fin pietoso a' Franchi,

o quei che presso avean Cariddi e Scilla

od Etna che pur anco arde e sfavilla.

2. Nelle leggende

La leggenda che si racconta a proposito dell'assedio del castello di Sperlinga

è comune anche ad altre città sia in Sicilia (16) che altrove (17). La riporto in dia-

letto (18) come l'ho sentita spesso raccontare da diverse persone anziane.

E tèmpè ntichè, gghe fò na rivoluziòn, che ciamanò Vespro Secliàn, na ste casteò gghierno na poco de sòrdatè francèsgé, sentendo a di, ca se trovavano francèsgé a piei piei i mazzavenò, se nciòdétènò nintra. Puoi i squadre siciliaè ntòrnianò ò casteò e nuddò pudià trasò e niesciò. Ma chèi de nintra pe fé vedo che avianò mange bundà, ogne tanto fasgianò cado cocò tòmazzotò faitò co latte de fèmènè; sonavano macarè i campane de buoi e de pieugorè pe fé vedo che aviano assai nimai pe mangè carnè.

E quando de fuora tentavano de chiane sòva ò casteò co scalè o co autè cosgè, de sòva gghie gittavanò ogghiò bugghientò.

Na sie modo resistètèno assai, ma puoi a ncertò puntò, chissà prechè, cùntene ca se rèndètenò. Ste fatto ià d'assai ca secedètò ia ó sentìa di da l'antiche (19).

Il particolare del formaggio e dell'olio bollente che venivano buttati giù dal castello, la gente del luogo lo ritiene un fatto storico; infatti nei racconti che si tra-mandano oralmente, non si parla mai di leggenda, ma di un avvenimento real­mente accaduto.

Noi riteniamo che trattasi di fantasticheria popolare, sia perchè è assai impro­babile, che con il latte delle donne si potessero fare molti formaggi, sia perchè lo stesso racconto si trova identico per l'assedio di molte fortezze in Sicilia ed in altre parti d'Italia.

Nel romanzo storico di L. Natoli, // Vespro Siciliano, si narra che un certo Giordano, protagonista principale del romanzo, mentre attendeva la sua donna amata Odette, pensava come espugnare quest'ultimo baluardo della dominazione straniera che era la fortezza di Sperlinga. Quando a capo di un centinaio di uomi­ni, verso il tramonto, si portò nei pressi del castello, Giordano capì che le vettova­glie non mancavano mai perchè senza dubbio qualcuno le inviava per una via segreta. Si propose allora di scoprire questa via e con la sua astuzia vi riuscì.

Fece penetrare due suoi uomini, vestiti da contadini, nella rocca per aprire le porte ad un segno convenuto. Egli stesso, avendo intuito il sentiero da dove sareb­bero pervenute le vettovaglie ai castellani, probabilmente di notte, con quattro

suoi uomini bene armati si appostò dietro alcuni massi. Spintosi più avanti per spiare la zona, vide un asinelio inerpicarsi per un sentiero e dietro ad esso un uomo. Guardando attentamente, vide altri asini seguiti da uomini. Finalmente i traditori erano stati scoperti. Giordano pensò di sequestrare alcuni di quegli uomi­ni per scoprire tutte le aggrovigliate fila del tradimento. Aspettò che quegli uomi­ni scaricassero dentro il castello le loro vettovaglie e appena uscirono, con l'aiuto dei suoi, prese tre di quei traditori di nome Nicola, Stefano e Randisi.

Dietro terribili minacce quei prigionieri cominciarono a parlare, confessando di essere al servizio di Messer Pieraccio d'Agosta, che aveva in quelle contrade un vasto feudo e una ricca masseria.

Il padrone li obbligava a portare nella rocca di Sperlinga, frumento, agnelli, ortaggi, legumi ecc., dietro speciali segnali che facevano dal castello. Il prigionie­ro Stefano, inoltre, asserì di aver visto alcuni giorni addietro entrare nel castello un cavaliere di nome Pierrefonde con una donna. Giordano pensò che quella donna fosse Odette, rapita dal suo acerrimo nemico Pierrefonde e prese a solleci­tare l'assalto al castello. Intanto ordinò al prigioniero Stefano, accompagnato da due soldati travestiti da contadini, di recarsi nella suddetta masseria a prelevare un altro carico di vettovaglie. Ritornati quelli con gli asini carichi, Giordano ordinò ai due soldati di travestirsi con gli abiti di Nicola e Randisi e di penetrare anche loro nel castello ad un cenno convenuto per assalire ed uccidere i custodi della porta, calare il ponte e sollevare la saracinesca. Entrati nel castello, i due soldati fecero quanto era stato loro ordinato; nel frattempo Giordano e le sue soldatesche si erano avvicinati e così poterono penetrare nel castello inosservati. I Francesi immersi nel sonno, furono svegliati dalle grida delle scorte. In breve tempo suc­cesse una vera carneficina da ambo le parti; intanto Giordano, vista Odette, cerca di metterla in salvo, trasportandola per una via segreta lontano dal castello, senza pensare che aveva lasciato i suoi senza guida. Mentre cercava di rientrare nel castello, incontrò molti suoi soldati morti, feriti ed in preda a grandi lamenti, che dicevano di essere stati ricacciati, che il ponte era stato distrutto e le saracinesche erano state abbassate. Il colpo era così fallito e Giordano, pieno di vergogna, si allontanò da Sperlinga, seguendo i superstiti della sua schiera.

3. Nelle tradizioni popolari

Le vicende storiche del Vespro Siciliano relative ai fatti accaduti a Sperlinga, per la loro singolarità, suscitarono grande clamore in tutta la Sicilia ed anche altrove; la tradizione popolare lo testimonia. In Spagna, riporta G. Zurita, correva questo proverbio «Solo Esperlinga no quiso, lo que a toda Sicilia plugo (20)».

Ciò dimostra che la notizia si fece strada giungendo molto lontano.

In molte città di Sicilia questo avvenimento è ricordato anche a distanza di molti secoli; a questo proposito il Pitrè nel 1882 pubblicò un volume (21) in cui sono raccolti, dalla viva voce della gente comune, racconti sul Vespro Siciliano.

Questi racconti sono stati raccolti in varie città della Sicilia (22).

Acireale - (...) Ammazzaru macari li picciriddi ca non sapènu diri ciciri, pir-chì erinu figghi di Francisi. Supra Chiazza ci fu un paisi ca no l'ammazzaru, e pàrrinu menzi francisi.

Ammazzarono anche i bambini che non sapevano dire ciciri (ceci), perché erano figli di Francesi. Sopra Piazza Armerina ci fu un paese (Sperlinga) dove non li ammazzarono, e parlano mezzo francese.

Ragusa Inferiore - (...) 'Nta 'n paisi sulu nun li vòsiru ammazzari è Francisi, ma però s'à stipparu 'nto stomucu. R'allura 'n puoi 'i Francisi si sentunu Siciliani, sientunu riàuli, pirchì 'u Sicilianu è buonu e caru, ma nun porta 'n gruppa!

In un paese solo (si allude a Sperlinga) non vollero ammazzare i Francesi, ma si stettero zitti (lett.: ma però se la conservarono nello stomaco). Da allora in poi i Francesi se sentono Siciliani sentono diavoli, perchè il Siciliano è buono e caro, ma non si fa sottomettere (lett.: non porta in groppa).

Messina - (...) A boni cunti lu sterminiu fu tali che non n'arristau nuddhu menu d'un paisi sulu chi non li vòsiro ammazzari, pirchì ci ni parsi forti, o chi puru senza fari mali a nuddhu avissem ddhi Francisi fattu opiri boni. 'Nta ddhu paisi ristaru tutti, e tantu è veru chi li paisani di ddhà ancora parranu francisi comu li so' nonni.

In fin dei conti lo sterminio fu tale che non si fermò nessuno tranne un paese solo (Sperlinga) che non li volle ammazzare, perchè gli sembrò forte o perché

senza fare male a nessuno quei francesi avrebbero fatto opere buone. In quel paese rimasero tutti, e tanto è vero che gli abitanti, ancora oggi parlano francese come i loro antenati.

Caltanissetta - Li Francisi eranu patruni d'ogni cosa, e li muglieri nun eranu di li propria mariti. Li Siciliani si dettiru li baretti pri tutti li città, e sulu Spriliinga si nigau. All'ura giusta, quannu li campani sunaru, si fici stragini di li Francisi pri tutta la Sicilia, e sulu a Spriliinga li lassaru vivi: tantu ca si dici: Quannu si parla di li Francisi, c'è lu muttu di li Sprillinghisi. Li Francisi e li figghi di li Francisi si canuscevanu, pirchì nun sapevano diri ciciri e allura li nostri l'ammazzavanu!

I Francesi erano padroni d'ogni cosa, e le mogli non erano dei propri mariti. I
Siciliani sparsero lo voce per tutte le città, e solo Sperlinga non partecipò. All'ora
giusta, quando le campane suonarono, si fece strage dei Francesi per tutta la
Sicilia, e solo a Sperlinga li lasciarono vivi; tanto che si dice: Quando si parla dei
Francesi c'e il motto degli Sperlinghesi.
I Francesi e i figli dei Francesi si cono­
scevano, perchè non sapevano pronunciare ciciri (ceci) e allora i nostri li uccide­
vano.

San Fratello - I FRANZAIS. 'U Re di Frengia manaa a dir, chi la Sicilia era un pais curnù, e chi pri consiguainza i surdei fasgiaju bài a disunurèr li fomni, cam fasgiaju. Pi la chiù causa, tucc s'abbijien saura i Franzais, e l'ammazzan. E ammazzavn cuoi chi 'n savaju dir ciceru, ma disgiau chicciaru. I fruster, pircò avuoma la daingua di spirlingaisi, disgiu, chi nuoi n'ammazzammu i Franzais; ma n'è veru: Sanfrareu amazzaa i Franzais.

Il   re di Francia mandò a dire che la Sicilia era un paese cornuto, e che per
conseguenza i soldati facevano bene a disonorare le femmine, come facevano. Per
la qualcosa tutti s'avviarono (si gettarono) sopra i Francesi, e li ammazzarono. E
ammazzarono quelli che non sapevano dire ciceru, ma dicevano chicciaru. I fore­
stieri, perchè abbiamo la lingua degli Sperlinghesi, dicono, che noi non ammaz­
zammo i Francesi; ma non è vero: San Fratello ammazzò i Francesi.

Ovunque è conosciuto il motto sui fatti accaduti a Sperlinga nel 1282; esso è scolpito in due pietre sull'arco a sesto acuto del vestibolo del castello (vedi foto pag. 43) e suona così: Quod siculis placuit sola Sperlinga negavit (23). Di que­sto verso se ne sono occupati diversi autori, S. C. Trovato (24) ha riassunto il tutto

scrivendo: «I caratteri di queste lettere incise sull'architrave, però, sono posteriori al fatto e risalgono, forse, alla fine del XVI sec, o al principio del seguente, quan­do la signoria del castello passò a Giovanni Forti Natoli, che fece di Sperlinga il titolo del suo principato».

Trovato in nota (cfr. nota n. 14; p. 533) continua sull'argomento scrivendo: «Gli "eruditi" avevano ragione di dubitare della contemporaneità del motto ai fatti di Sperlinga, perché vedevano il motto dipinto su di una tela ad olio oggi scom­parsa, evidentemente di molto posteriore al 1282. Di questa tela ci parla infatti F.S. Cavallari nel suo studio Le città e le opere di escavazione, ecc. cit., p. 301 ed in una sua lettera a G. Pitrè, pubblicata su Sicilia-Vespro, numero unico per il VI centenario del Vespro Siciliano, Palermo, 1882, p. 14. Ma venuto a cadere il tetto del vestibolo del castello, si è veduta chiaramente l'iscrizione scolpita sull'arco interno del vestibolo, e già G. Paternò Castello, op. cit. p. 69, ci parla del famoso detto "inciso" e non dipinto».

Di notevole interesse, infine, è il sesto documento che appresso viene riporta­to; trattasi dell'atto di compravendita del castello di Sperlinga dai fratelli Salvatore e Giovan Calogero Li Destri Nicosia al Comune di Sperlinga. La data di questo atto segna un momento particolare nella storia di questo monumento, cioè l'inizio del suo recupero e della sua valorizzazione.

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News Comune di Sperlinga ultima news inserita: Da lunedì 13 ottobre avrà inizio il servizio di refezione scolastica per gli alunni delle scuole elementari e materne ...

 

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