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IL
VESPRO SICILIANO A SPERLINGA
L'avvenimento più importante
nella storia di Sperlinga è
senz'altro il Vespro.
Della particolare vicenda di
Sperlinga durante il Vespro è
rimasta traccia indelebile.
1.
Nella storia
L'assedio del castello dagli
sperlinghesi veniva considerato
un fatto vero,
mentre gli storici anteriori
all'Amari lo consideravano un
fatto leggendario poiché
non si conoscevano documenti al
riguardo. Ma lo storico Michele
Amari (
1)
trovò dei documenti
nell'archivio della corona
d'Aragona in Napoli sulle
vicende
di
questo assedio; così potè
confermare una volta per sempre
che effettivamente il
castello di Sperlinga fu cinto,
per circa un anno, da assedio.
In seguito la
sovrintendenza
agli archivi della Sicilia
pubblica altri documenti al
riguardo. Attraverso
i
documenti sotto riportati si
cerca di ricostruire tutta la
vicenda dell'assedio.
Sulle cause che portarono alla
guerra del Vespro hanno scritto
diversi storici:
vengono qui riferiti solo i
fatti relativi a Sperlinga.
Quando la ribellione contro la
dominazione angioina si diffuse
come una
macchia d'olio per tutti i paesi
della Sicilia, una guarnigione
di francesi doveva
trovarsi nel castello di
Sperlinga; allorché giunse anche
lì la notizia della guerra,
la
guarnigione aveva tre
possibilità per fuggire all'ira
popolare: a) scappare, b)
arrendersi, e) asserragliarsi
dentro. Saggiamente decisero di
chiudere le porte del
castello. Se fossero fuggiti,
sarebbe stata la fine, come
avvenne per gli altri
Francesi nel resto dell'isola;
se si fossero arresi (forse)
sarebbero periti ugualmente
per la furia dei rivoltosi.
Il
primo documento di cui siamo a
conoscenza è datato Messina, 10
ottobre
1282; con esso il re Pietro
d'Aragona ordina al giustiziere
di Val di Castrogiovanni
(Enna)
di fare assediare il castello di
Sperlinga, dove si trova Pietro
di
Almanonno con altri ribelli, si
raccomanda ancora che l'assedio
deve essere serrato
in
modo tale che nessuno possa
entrare ed uscire dal castello,
e che i soldati si
attengano ai voleri e
provvedimenti del castellano
della fortezza di Enna,
Roderico Eximene de Luna.
Documento n. 1 (2)
Messina 10 ottobre 1282.
Indizione XI.
Petrus dei gracia etc.
lusticiario vallis castri Johann
is. fideli suo graciam
suam et bonam voluntatem. Decet
contra celsitudinis nostre
rebelles culmen
nostrum extendere potencie sue
vires, atque ydeo fidelitati tue
sub obtentu grade
nostre districte precipiendo
mandamus quatenus receptis
presentibus castrum
sperlinge in quo est. petrus de
almannono
(3), cum
complicibus suis celsitudinis
nostre rebellis. mandes et
facias pro parte nostri culminis
arcius obsideri per
fideles nostros Iurisdictionis
tue terrarum et locorum
vicinorum castro predìcto
quos pro parte curie nostre ad
facias (sic) prefer Inducias
convenire. Circa obsidientes
vero ipsam tantam diligenciam
studeas et sollicitudinem
adhibere, quod
predicti rebelles adeo obsidione
huiusmodi arceantur quod aliquis
eorum ipsius
castri menia egredi non sit
ausus, et ex nimia attencione
obsidionis ipsius de
rebellibus obtineat nostra
serenitas votum suum et tu in
conspectu nostre celsitudinis,
exinde inerito commenderis. Ad
quam obsìdionem et alia ex ea
dependencia
de
conscientia voluntate et
provisione Roderici exemenis de
luna castellani castri
nostri Castri lohannis dilecti
militis consiliarii familiaris
et ftdelis nostri et in
nullo voluntatem suam Inde
excedere te procedere volumus et
mandamus.
Datum messane ut supra.
Messina 10 ottobre 1282.
Indizione XI.
Pietro per grazia di Dio ecc. al
giustiziere della valle di
Castrogiovanni, suo
amico, (dimostra) la sua grazia
e buona volontà. Conviene che la
nostra sommità
estenda le forze con la sua
potenza, contro l'altezza dei
ribelli e per questo motivo
confidando nella tua fedeltà
sotto la copertura della nostra
grazia rigorosamente
mandiamo (te) affinchè ai
presenti raccolti nel castello
di Sperlinga, nel
quale si trova Pietro di
Almannono con i suoi complici
ribelli della nostra altezza,
tu
ordini e faccia assediare per
parte nostra per mezzo dei
nostri fedeli della tua
giurisdizione le terre e i
luoghi vicini al castello
predetto, i quali per parte
nostra
(li) faccia convenire
all'armistizio. Circa gli
assediatiti in verità fa in modo
di
usare la stessa tanta (famosa)
diligenza e sollecitudine in
modo che i predetti
ribelli siano a tal punto
stretti doli 'assedio che
nessuno di loro osi uscire fuori
dallo stesso castello e per
l'eccessiva attenzione dello
stesso assedio, la nostra
clemenza nei riguardi degli
stessi ribelli ottenga la sua
promessa e tu al cospetto
dell'altezza meritatamente poi
consegui.
In
quanto all'assedio e ad altre
cose, quindi noi mandiamo te e
vogliamo che
proceda secondo la coscienza,
volontà e provvedimenti di
Roderico Exmene de
Luna, castellano del nostro
castello di Castrogiovanni,
soldato scelto, consigliere
familiare e nostro amico e
(vogliamo) che non ti allontani
in nulla dalla sua
volontà.
Scritta a Messina come sopra.
Dallo scoppio della ribellione
alla data in cui partì l'ordine
d'assedio passarono
più di sei mesi. In questo
periodo è da ipotizzare che la
guarnigione francese
Fosse al sicuro nel castello di
Sperlinga e potesse giovarsi di
nascosto dell'aiuto di
signori locali per gli
approvvigionamenti.
A.
Ragona nel suo recente lavoro (4)
su Gualtiero di Caltagirone
scrive, fra
l'altro, sull'assedio di
Sperlinga: «(...) che gli
assediati di Sperlinga erano
delle
Forze autonome, non collegate
affatto col governo angioino.
Resistevano per
paura di cadere in mano al
nemico e di essere trucidati. Si
evince chiaramente
questo da un documento angioino
riportato dall'Amari, dove le
dichiarazioni dei
reduci di aver resistito «cum
domino Petro de Lamanno in
Castro Sperlinge pro
fide regia et nostra servanda»,
sono seguite da un "dicuntur"
(Amari. II. p. 280). Il
che indica che il governo
angioino fosse estraneo al loro
comportamento».
Il
secondo documento porta la data
del 29 novembre 1282. Con esso
il re
Pietro d'Aragona ordina al
giustiziere di Castrogiovanni e
Demina che, a richiesta
i
Roderico Rui Xemenes de Luna (
5
) . incaricato di assediare il
castello di
Sperlinga ove è chiuso Pietro de
Alamanonno, ingiunga agli uomini
di Nicosia,
Gangi e delle altre terre vicine
l'ubbidienza al detto Roderico.
Documento n. 2 (
6
)
29
novembre 1282.
Petrus dei gracia etc. Natali de
ansalone lusticiario vallium
Castri Iohannis
Deminii (sic) et Melacii fìdeli
suo graciam suam etc. fìdelitati
tue sub obtentu
gracie nostre firmiter et
districte precipiendo mandamus
quatenus ad requisicionem
Roderici rui Xemenis de luna
dilecti militis nostri
consiliarii et familiaris,
castellanus (sic) castrorum
nostrorum castri lohannis et
Gallani, cui considionem
(*) et expugnacionem castri
Sperlinge. In quo inclusus est
P. de alamanono
cum quibusdam suis complicibus
magestatis nostre rebellis,
faciendas Iuxta sui
provisionem pro parte nostre
Curie duxit nostra serenitas
fiducialiter committendas,
universis hominibus Nicosie
Gangii et aliarum terrarum et
locorum
Iurisdictionis tue ipsi Castro
Sperlinge vicinarum pro parte
nostre Curie districte
precipias, ut eidem castellano
in obsidendo et expugnando
castro ipso prout
eidem miles expedire viderit pro
parte nostre Curie devote et
efficaciter pareant et
Intendant tantam ad hoc curam et
sollicitudinem diligenter
apponas, quod In- de
in
conspectu nostre celsitudinis
merito commenderis. Datum
penultimo die mensis
Novembris, anno quo supra.
Il
terzo documento è datato 19
gennaio 1283. Re Pietro scrive a
Russimanno
di
Nicosia, comunicandogli di aver
ricevuto le sue lettere, lo loda
per ciò che ha
fatto con gli altri di Nicosia
contro i ribelli chiusi nel
castello di Sperlinga. Lo
invita quindi a non desistere
dall'assedio perchè, se riuscirà
ad espugnarlo sarà
premiato, e gli assediati puniti
e lo esorta a prendere
provvedimenti contro quei
Nicosiani che riforniscono di
viveri i ribelli.
Evidentemente era stato scoperto
che agli assediati giungevano
viveri dall'esterno
e
che erano di Nicosia coloro che
portavano del vitto; per questa
ragione
l'assedio si è protratto per
circa un anno.
Documento n. 3 (7).
Messina 19 gennaio 1283,
indizione XI.
Petrus dei grada etc. Russimanno
de nicosia militi fideli suo
etc. Quas misisti
Culmini nostro licteras
excellentia nostra benigne
recepit et earum serie
Intellecta, de gestis per te
simul cum quibusdam aliis
fidelibus nostris de eadem
terra nicosia contra maiestatis
nostre Rebelles in Castro
sperlinge dementer
Inclusos, fidelitatis tue
obsequium duxit nostra serenitas
admodum commendandum,
hortans ut circa ipsius bone
accionis misterium sollicite te
Impendas ut
Regie tibi remuneracionis
graciam nostra excellencia
pollicetur, que tibi erit ed
premium et reliquis ad exemplum,
super alio autem quod per te
nostro Culmini
fuit suggestum, quod quidam de
eadem terra nicosie in tuis
litteris nominati fatuis
presumpcionibus obcecati
Rebellibus ipsis in eodem Castro
inclusis de victu subveniunt
opportuno, fidelitatem tuam
scire volumus, quod ad id
consulte nostra
excellentia providebit, et
deinde prout decuerit de mandato
nostri culminis procedetur,
datum ut supra.
Nel documento n. 4 datato
Lagronio, 4 agosto 1283 Pietro
d'Aragona scrive a
Giovanni da Procida intorno a
varie questioni del governo di
Sicilia, e parla fra
l'altro del processo fatto a
Gualtiero di Caltagirone (8)
e i complici di questi
nell'assedio
di
Sperlinga.
Documento n. 4 (9)
Lagronio, 4 agosto 1283.
Petrus, Dei gracia Aragomim et
Sicilie rex. Nobili et discreto
viro Johanni de
Procida salutem et dilectionem.
Recepimus literas vestras quas
nobis per Bonanatum Alguerii
exhibitorem
presencium transmisistis et
Intellectis diligenter liiis que
predicte littere continebant
et que dictus Bonatus nobis
verbotenus reservavit. vobis
ducimus respondendum
quod de rumorum significacione
super processa facto contra
Galteriu de
Calatigerono (Caltagirone) et
quosdam complices suos in
capcione castri
iperlingi (Sperlinga) et Castri
de Modica et statu ipsarum
parcium vobis referimus
multas grates et volumus quod
contra Simonem de Calatafino et
Baymundum
de
Botera qui capti ut asseritis
denitentur. (...). Datum apud
Logronyo, IV
Kaledas augusti, anno Domini
M.CCLXXX lercio.
Lagronio, 4 agosto 1283
Pietro, re di Sicilia e
d'Aragona per grazia di Dio, al
nobile e distinto
iovanni da Procida, salute e
affetto. Ricevemmo le vostre
lettere che ci inviaste
unite
Bonanato (di) Algueri rivelatore
delle cose presenti e, comprese
diligenteente
quelle cose che le summenzionate
lettere contenevano e che il
sopracitato
loquace
Bonanato ci riservò, vi
delineiamo rispondendo qualcosa
intorno al
significato dei clamori sul
provesso fatto contro Gualtiero
di Caltagirone e certi
suoi complici nella prigione del
castello di Sperlinga e del
castello di Modica e vi
rivolgiamo molte grazie per la
condizione delle stesse funzioni
e vogliamo che di
fronte a Simone di Calatafimi e
Baimondo di Butera che, come
asserite, sono stati
presi, siano arrestati. (...).
Scritta presso Lagronio, 4
agosto 1283.
La
resa della guarnigione francese
chiusa nel castello avvenne dopo
il 19 gennaio
1283, e prima del 4 agosto dello
stesso anno, perchè fino alla
data del terzo
documento ancora gli assediati
resistevano, ma ad agosto si
erano arresi. La data
approssimativa della presa del
castello dovrebbe essere
aprile-maggio del 1283; F.
Giunta nella nota n. 2 pag. 196
{op. cit.) scrive:
«Questa data si può argomentare
dal citato diploma del 4 agosto
1283. Gualtiero di Caltagirone
fu condannato per
pratiche col nemico, venuto in
chiaro alla occupazione di
Sperlinga. Ma sappiamo
che Gualtiero non era stato
catturato fino all'11 maggio
1283, quando Pietro
ripartì dalla Sicilia per la
Spagna, e che la lettera di
Giovanni di Procida, alla
quale il re rispose il 29
luglio, era stata spedita al più
tardi che si voglia supporre,
nella prima decade di giugno,
poiché non vi si faceva menzione
della vittoria
riportata da Ruggiero Loria l'8
giugno nelle acque di Malta.
D'altra parte la presa
di
Sperlinga si potrebbe anco tirar
su fino all'aprile, perchè
secondo il Neocastro,
i
sospetti contro Gualtiero
incominciarono allora, ancorché
il cronista li apponga
a
rivelazione di una spia presa
sotto il castello di Geraci in
Calabria. (...).»
Dopo la resa degli assediati,
Pietro de Almanonno si potè
recare a Napoli dall'angioino,
mentre gli altri reduci
passarono a Geraci in Calabria,
dove ebbero dal
re
Carlo concessioni di terre, come
si desume dal doc. 5.
L'ultimo documento, il 5, è del
27 settembre 1283. Con questo
documento
Carlo, principe di Salerno,
rivolgendosi al capitano di
Geraci, Giovanni de
Ravello, fa donazione a «dieci
servienti benemeriti» (10), (di
cui due soli francesi,
che avevano difeso il castello
di Sperlinga nella rivoluzione
di Sicilia) di poderetti
del valore di sei once d'oro
ciascuno, nelle terre confiscate
ai ribeli di Geraci in
Calabria; due consanguinei del
Lamanno (Petro de Labisco et
Poncio de
Alamanno) ebbero delle terre per
dieci once d'oro ciascuno.
Documento n. 5 (11)
27
settembre 1283
Scriptum est domino Johanni de
Ravello Capitaneo Giracii, et
Raymundo
Miletis militi, et ludici
Aldebrandino etc. Cum nos
Johanni de Mostoralo et
Gualtiero Luburges Gallicis,
Goffrido de Mornayo, et
Guillelmo de SanctoVincent io,
Petro Michaeli, Bertrando
Visiono, Guillelmo de Lambesco,
B... de
Lavila. Ynardo Catalano, et
Guillelmo Catalano servienlibus,
de quorum fide et
legatlitate testimonium
laudabile accepimus, et qui cum
domino petro de Lamanno
in
Castro Speriinge per hostes et
Rebelles Siculos pro fide regia
et nostra servanda
obsessi finisse dicuntur,
velimus de bonis proditorum
Giracii qui pro Regia
Curia procurantur et aliis per
nos concessa non sunt usque ad
Regium et nostrum
beneplacitum in subscripta...
gratiam fiacere speciale;
devotioni vestre precipiendo
mandamus, quatenus prediclis
servienlibus tantum de bonis
feudalibus dictorum
proditorum Giracii qui, ut
dictum est, pro Curia
procurantur et per nos concessa
aliis non extiterint assignata,
curetis quod ipsorum quilibet
terram valentem
sex uncias auri in redditibus
habeat... tenendi et
itsufructuandi earn usque ad
Regie et Nostre beneplacitum
voluntatis; de quorum
assignatione fieri fiaciatis
duo scripta... consimilia,
quorum uno eisdem ad ipsorum
cautelam dimisso, aliud
ad
nostrani cameram destinetis.
Dat. Nicotere per Sparanum de
Baro etc. die
XXVII septembris XII Ind.
(1283).
Similes facte sunt eisdem pro
Petro de Labisco et Poncio de
Alamanno, consanguineis
domini petri de Lamanno; quod
quilibet ipsorum habeat terram
valentam
uncias auri decern. Dat. ibidem
XXVIII sept. XII. Ind.
27
settembre 1283
È
stato scritto al Signore
Giovanni di Rovello capitano di
Genici e al soldato
Raimondo Mileti e al giudice
Aldebrandino. Noi, a Giovanni
Mostorallo, e
Gualtiero Luburges francese,
Goffredo di Momayo, Guglielmo di
San Vincenzo,
Pietro Michaele, Bertrando
Visiono, Guglielmo di Lambesco,
B... di Laylla,
Inardo Catalano, Guglielmo
Catalano che sono stati utili e
della cui fedeltà e
lodevole legalità ricevemmo
testimonianza, e che col signore
Pietro di Lamanno
dicono che furono assediati nel
castello di Sperlinga da nemici
e ribelli siculi a
difesa della fedeltà regia e
nostra da salvare, (noi) volendo
fare una grazia e un
nostro beneplacito speciale
nelle cose sottoscritte, sui
beni dei traditori di Genici
che sono amministrati a favore
della Regia Curia e sugli altri
che per noi non
sono concessi fino a Reggio,
affidiamo alla vostra devozione
consigliando fino a
quando ai predetti servitori
tanto dei beni feudali dei detti
traditori di Genici, che
come è stato detto, sono
amministrati a favore della
Curia e concessi per noi, agli
altri non sarebbero stati
segnati, fate in modo che
chiunque di loro abbia una
terra che equivalga in reddito
sei once d'oro e la tengano e ne
usufruiscono fino
al
beneplacito della volontà regia
e nostra; sulle assegnazioni
delle quali fiate in
modo che vengano redatti due
scritti consimili, uno dei quali
mandato ai medesimi
per cautela degli stessi,
l'altro destinato alla nostra
camera. Spedita a
Nicotera tramite Sparano de
Baro, 27 settembre 1283, XII
indiz.
Simili ai medesimi furono fatti
a favore di Pietro di Labisco e
Pondo di
Alamanno, consanguinei del
signore Pietro di Lamanno; per
cui chiunque degli
stessi abbia una terra che valga
dieci once d'oro. Spedita nello
stesso luogo 28
settembre 1283, XII indiz.
In
un documento, datato 28
settembre 1283 (12), si disdice
la concessione
della rendita annuale a Pietro
de Condes e Bertrando Deiutreper.
quos credebamus
obsessos fuisse dudum in Castro
Sperlinge (13): ma Pietro de
Alamanno (14)
negava d'averli avuti compagni
in quell'assedio.
Di
documentato sul Vespro Siciliano
a Sperlinga si conosce soltanto
quanto
sopra riportato.
Giova, ancora, ricordare che il
singolare fatto riguardante
Sperlinga è stato
immortalato dal Tasso (15) nella
sua Gerusalemme conquistata:
Né
quei di Cefalù restaro a tergo,
né
fur quei di Messina in guerra
stanchi,
o
di Catanea, ove ha il sapere
albergo,
o
di Sperlingo. al fin pietoso a'
Franchi,
o
quei che presso avean Cariddi e
Scilla
od
Etna che pur anco arde e
sfavilla.
2.
Nelle leggende
La
leggenda che si racconta a
proposito dell'assedio del
castello di Sperlinga
è
comune anche ad altre città sia
in Sicilia (16)
che altrove (17).
La riporto in dia-
letto (18)
come l'ho sentita spesso
raccontare da diverse persone
anziane.
E tèmpè ntichè, gghe fò na
rivoluziòn, che ciamanò Vespro
Secliàn, na ste casteò gghierno
na poco de sòrdatè
francèsgé, sentendo a di, ca se
trovavano
francèsgé a piei piei i
mazzavenò, se nciòdétènò
nintra. Puoi i squadre siciliaè
ntòrnianò ò casteò e nuddò pudià
trasò e niesciò. Ma chèi de
nintra pe fé vedo che
avianò mange bundà, ogne
tanto fasgianò cado cocò
tòmazzotò faitò co latte de
fèmènè; sonavano macarè i campane de buoi e de pieugorè
pe fé vedo che aviano
assai nimai pe mangè carnè.
E quando de fuora
tentavano de chiane sòva
ò casteò co scalè o co autè
cosgè,
de
sòva gghie gittavanò ogghiò
bugghientò.
Na sie modo resistètèno
assai, ma puoi a ncertò puntò,
chissà prechè, cùntene
ca se rèndètenò. Ste fatto ià
d'assai ca secedètò ia ó sentìa
di da l'antiche (19).
Il
particolare del formaggio e
dell'olio bollente che venivano
buttati giù dal
castello, la gente del luogo lo
ritiene un fatto storico;
infatti nei racconti che si tra-mandano
oralmente, non si parla mai di
leggenda, ma di un avvenimento
realmente accaduto.
Noi riteniamo che trattasi di
fantasticheria popolare, sia
perchè è assai improbabile,
che con il latte delle donne si
potessero fare molti formaggi,
sia perchè lo stesso racconto si
trova identico per l'assedio di
molte fortezze in Sicilia ed in
altre parti d'Italia.
Nel romanzo storico di L. Natoli,
// Vespro Siciliano, si
narra che un certo
Giordano, protagonista
principale del romanzo, mentre
attendeva la sua donna amata
Odette, pensava come espugnare
quest'ultimo baluardo della
dominazione straniera che era la
fortezza di Sperlinga. Quando a
capo di un centinaio di uomini,
verso il tramonto, si portò nei
pressi del castello, Giordano
capì che le vettovaglie
non mancavano mai perchè senza
dubbio qualcuno le inviava per
una via segreta. Si propose
allora di scoprire questa via e
con la sua astuzia vi riuscì.
Fece penetrare due suoi uomini,
vestiti da contadini, nella
rocca per aprire le porte ad un
segno convenuto. Egli stesso,
avendo intuito il sentiero da
dove sarebbero
pervenute le vettovaglie ai
castellani, probabilmente di
notte, con quattro
suoi uomini bene armati si
appostò dietro alcuni massi.
Spintosi più avanti per spiare
la zona, vide un asinelio
inerpicarsi per un sentiero e
dietro ad esso un
uomo. Guardando attentamente,
vide altri asini seguiti da
uomini. Finalmente i traditori
erano stati scoperti. Giordano
pensò di sequestrare alcuni di
quegli uomini per
scoprire tutte le aggrovigliate
fila del tradimento. Aspettò che
quegli uomini scaricassero
dentro il castello le loro
vettovaglie e appena uscirono,
con l'aiuto dei suoi, prese tre
di quei traditori di nome
Nicola, Stefano e Randisi.
Dietro terribili minacce quei
prigionieri cominciarono a
parlare, confessando di essere
al servizio di Messer Pieraccio
d'Agosta, che aveva in quelle
contrade un vasto feudo e una
ricca masseria.
Il padrone li obbligava a
portare nella rocca di
Sperlinga, frumento, agnelli,
ortaggi, legumi ecc., dietro
speciali segnali che facevano
dal castello. Il prigioniero
Stefano, inoltre, asserì di aver
visto alcuni giorni addietro
entrare nel castello un
cavaliere di nome Pierrefonde
con una donna. Giordano pensò
che quella donna fosse Odette,
rapita dal suo acerrimo nemico
Pierrefonde e prese a
sollecitare l'assalto al
castello. Intanto ordinò al
prigioniero Stefano,
accompagnato da
due soldati travestiti da
contadini, di recarsi nella
suddetta masseria a prelevare un
altro carico di
vettovaglie. Ritornati quelli
con gli asini carichi, Giordano
ordinò ai due soldati di
travestirsi con gli abiti di
Nicola e Randisi e di penetrare
anche loro nel castello ad un
cenno convenuto per assalire ed
uccidere i custodi della
porta, calare il ponte e
sollevare la saracinesca.
Entrati nel castello, i due
soldati fecero quanto era
stato loro ordinato; nel
frattempo Giordano e le sue
soldatesche si erano avvicinati
e così poterono penetrare nel
castello inosservati. I Francesi
immersi nel sonno, furono
svegliati dalle grida delle
scorte. In breve tempo successe
una vera carneficina da ambo le
parti; intanto Giordano, vista
Odette, cerca
di metterla in salvo, trasportandola per una via segreta lontano dal
castello, senza pensare
che aveva lasciato i suoi senza
guida. Mentre cercava di
rientrare nel
castello, incontrò molti suoi
soldati morti, feriti ed in
preda a grandi lamenti, che
dicevano di essere stati
ricacciati, che il ponte era
stato distrutto e le
saracinesche erano state
abbassate. Il colpo era così
fallito e Giordano, pieno di
vergogna, si allontanò da
Sperlinga, seguendo i superstiti
della sua schiera.
3.
Nelle tradizioni popolari
Le vicende storiche del Vespro
Siciliano relative ai fatti
accaduti a Sperlinga,
per la loro singolarità,
suscitarono grande clamore in
tutta la Sicilia ed anche
altrove; la tradizione popolare
lo testimonia. In Spagna,
riporta G. Zurita, correva
questo proverbio «Solo
Esperlinga no quiso, lo que a
toda Sicilia plugo (20)».
Ciò dimostra che la notizia si
fece strada giungendo molto
lontano.
In
molte città di Sicilia questo
avvenimento è ricordato anche a
distanza di molti secoli; a
questo proposito il Pitrè nel
1882 pubblicò un volume (21)
in cui
sono raccolti, dalla viva voce della gente comune, racconti sul Vespro
Siciliano.
Questi racconti sono stati
raccolti in varie città della
Sicilia (22).
Acireale
-
(...) Ammazzaru macari li
picciriddi ca non sapènu diri
ciciri, pir-chì erinu figghi
di Francisi. Supra Chiazza ci fu
un paisi ca no l'ammazzaru, e
pàrrinu menzi francisi.
Ammazzarono anche i bambini che
non sapevano dire ciciri
(ceci), perché erano figli di
Francesi. Sopra Piazza Armerina
ci fu un paese (Sperlinga) dove
non li ammazzarono, e parlano
mezzo francese.
Ragusa Inferiore
-
(...) 'Nta 'n paisi sulu nun li
vòsiru ammazzari è Francisi, ma
però s'à stipparu 'nto stomucu.
R'allura 'n puoi 'i Francisi si
sentunu Siciliani, sientunu
riàuli, pirchì 'u Sicilianu è
buonu e caru, ma nun porta 'n
gruppa!
In
un paese solo (si allude a
Sperlinga) non vollero ammazzare
i Francesi, ma
si stettero zitti (lett.: ma
però se la conservarono nello
stomaco). Da allora in poi i
Francesi se sentono
Siciliani sentono diavoli,
perchè il Siciliano è buono e
caro, ma non si fa sottomettere
(lett.: non porta in groppa).
Messina
-
(...) A boni cunti lu sterminiu
fu tali che non n'arristau
nuddhu menu d'un paisi sulu chi
non li vòsiro ammazzari, pirchì
ci ni parsi forti, o chi puru
senza fari mali a nuddhu avissem
ddhi Francisi fattu opiri boni.
'Nta ddhu paisi ristaru tutti, e
tantu è veru chi li paisani di
ddhà ancora parranu francisi
comu li so' nonni.
In
fin dei conti lo sterminio fu
tale che non si fermò nessuno
tranne un paese solo (Sperlinga)
che non li volle ammazzare,
perchè gli sembrò forte o perché
senza fare male a nessuno quei
francesi avrebbero fatto opere
buone. In quel paese rimasero
tutti, e tanto è vero che gli
abitanti, ancora oggi parlano
francese come i loro antenati.
Caltanissetta
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Li Francisi eranu patruni d'ogni
cosa, e li muglieri nun eranu
di li propria mariti. Li
Siciliani si dettiru li baretti
pri tutti li città, e sulu
Spriliinga si nigau. All'ura
giusta, quannu li campani sunaru,
si fici stragini di li Francisi
pri tutta la Sicilia, e
sulu a Spriliinga li lassaru
vivi: tantu ca si dici: Quannu
si parla
di li Francisi, c'è lu muttu di
li Sprillinghisi. Li Francisi e
li figghi di li Francisi si
canuscevanu, pirchì nun
sapevano diri ciciri e allura li
nostri l'ammazzavanu!
I
Francesi erano padroni d'ogni
cosa, e le mogli non erano dei
propri mariti. I
Siciliani sparsero lo voce per
tutte le città, e solo Sperlinga
non partecipò. All'ora
giusta, quando le campane
suonarono, si fece strage dei
Francesi per tutta la
Sicilia, e solo a Sperlinga li
lasciarono vivi; tanto che si
dice: Quando si parla dei
Francesi c'e il motto degli
Sperlinghesi. I Francesi e i
figli dei Francesi si cono
scevano, perchè non sapevano
pronunciare ciciri (ceci) e
allora i nostri li uccide
vano.
San Fratello
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I FRANZAIS. 'U Re di Frengia
manaa a dir, chi la Sicilia era
un pais curnù, e chi pri
consiguainza i surdei fasgiaju
bài a disunurèr li fomni, cam
fasgiaju. Pi la chiù causa, tucc
s'abbijien saura i Franzais, e
l'ammazzan. E ammazzavn cuoi chi
'n savaju dir ciceru, ma
disgiau chicciaru. I
fruster, pircò
avuoma la daingua di
spirlingaisi, disgiu, chi nuoi
n'ammazzammu i Franzais; ma
n'è veru: Sanfrareu
amazzaa i Franzais.
Il
re di Francia mandò a dire che
la Sicilia era un paese cornuto,
e che per
conseguenza i soldati facevano
bene a disonorare le femmine,
come facevano. Per
la qualcosa tutti
s'avviarono (si gettarono) sopra
i Francesi, e li ammazzarono. E
ammazzarono quelli che non
sapevano dire ciceru, ma
dicevano chicciaru. I
fore
stieri, perchè abbiamo la lingua
degli Sperlinghesi, dicono, che
noi non ammaz
zammo i Francesi; ma non
è vero: San Fratello ammazzò i
Francesi.
Ovunque è conosciuto il motto
sui fatti accaduti a Sperlinga
nel 1282; esso è scolpito in due
pietre sull'arco a sesto acuto
del vestibolo del castello (vedi
foto
pag. 43) e suona così: Quod
siculis placuit sola Sperlinga
negavit (23). Di
questo verso se ne sono
occupati diversi autori, S. C.
Trovato (24) ha
riassunto il tutto
scrivendo: «I caratteri di
queste lettere incise
sull'architrave, però, sono
posteriori al fatto e risalgono,
forse, alla fine del XVI sec, o
al principio del seguente, quando
la signoria del castello passò a
Giovanni Forti Natoli, che fece
di Sperlinga il titolo
del suo principato».
Trovato in nota (cfr. nota n.
14; p. 533) continua
sull'argomento scrivendo:
«Gli "eruditi" avevano ragione
di dubitare della
contemporaneità del motto ai
fatti di Sperlinga,
perché vedevano il motto dipinto
su di una tela ad olio oggi
scomparsa, evidentemente di
molto posteriore al 1282. Di
questa tela ci parla infatti
F.S. Cavallari nel suo studio
Le città e le opere di
escavazione, ecc. cit., p.
301 ed
in una sua lettera a G. Pitrè,
pubblicata su Sicilia-Vespro,
numero unico per il VI
centenario del Vespro Siciliano,
Palermo, 1882, p. 14. Ma venuto
a cadere il tetto del
vestibolo del castello, si è
veduta chiaramente l'iscrizione
scolpita sull'arco interno del
vestibolo, e già G. Paternò
Castello, op. cit. p. 69, ci
parla del famoso detto "inciso"
e non dipinto».
Di notevole interesse, infine, è
il sesto documento che appresso
viene riportato;
trattasi dell'atto di
compravendita del castello di
Sperlinga dai fratelli Salvatore
e Giovan Calogero Li Destri
Nicosia al Comune di Sperlinga.
La data di questo atto segna un
momento particolare nella storia
di questo monumento, cioè
l'inizio del suo recupero e
della sua valorizzazione.
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